L'Italia delle città

L'Italia delle città

città

Il contesto in cui si verificano gli avvenimenti che porteranno all’Unità d’Italia è contrassegnato da situazioni e prospettive politiche diverse. La geografia della penisola era segnata dal policentrismo che aveva contraddistinto la gran parte della sua storia, facendo emergere posizioni politiche e ideali altrettanto frammentate e diverse fra loro.

Non fu dunque semplice conciliare la tradizionale visione particolare, cittadina, con una prospettiva nazionale. L’Italia era costellata di capitali e subcapitali di altrettanti Stati: Torino e Genova erano le anime del Regno di Sardegna, Milano e Venezia erano i luoghi eminenti del Lombardo-Veneto, Firenze del Granducato di Toscana, Roma dello Stato Pontificio, Napoli e Palermo del Regno delle Due Sicilie. A ciascuna di queste piazze faceva capo una situazione specifica, non immediatamente omologabile con le altre.

Torino, sede della dinastia sabauda e della sua corte, era caratterizzata da una cultura militare e da un’etica pubblica sconosciute altrove. Inoltre era il luogo in cui, con lo Statuto Albertino del ‘48, si era dispiegato un diffuso cosmopolitismo, favorito dalla libertà di stampa, di associazione e di culto. Vi soggiornava una colonia di esuli italiani particolarmente attivi sul piano politico e organizzativo.

Milano era la città dove più si manifestavano le forme del potere austriaco; ma era anche il luogo in cui si era formata una borghesia colta e illuminata, dotata degli strumenti più idonei all’elaborazione di un discorso liberale e progressista di indipendenza nazionale.

Più romantico il sussulto rivoluzionario che contraddistingue la Venezia degli anni 1848 e ’49. Anche qui era stringente l’assedio delle forze austriache, ma era anche più evidente il senso del declino culturale e politico della città, memore di una grandezza passata e perduta.

Firenze era il luogo d’origine della tradizione letteraria italiana. Con i suoi capolavori d’arte, rappresentava uno dei centri di irradiazione dell’italianità. La sua aristocrazia terriera era orientata a soluzioni liberali, non senza reticenze e sospetti nei confronti della monarchia sabauda.

Roma era la summa dei simboli particolari e universali, della monumentalità e della quotidianità della Chiesa. Ammantata della sacralità che le derivava dal suo presente di sede papale, ma soprattutto dal suo passato di capitale di un impero, viveva nell’attesa di una nuova importante stagione storica.

Di tutte le capitali preunitarie, Napoli era la più grande: era infatti la terza città europea dopo Parigi e Londra. Anche qui, nel corso del tempo, si erano radicati movimenti per l’emancipazione politica, ma secondo una visione che anteponeva la nazione napoletana a quella italiana. Anche Napoli aveva una dinastia, una corte, un esercito, una amministrazione: Ma era anche città di birri e di galere, di una borghesia forense e di un esteso sottoproletariato. Lo spirito dell’italianità era meno sentito che altrove.

Come Genova si percepiva oppressa da Torino, così Palermo coltivava il proprio contrasto con Napoli. Nel capoluogo siciliano, un’aristocrazia feudale e autonomista si destreggiava fra richiami ai privilegi di antico regime e i principi di un moderato liberalismo: entrambi nel segno di un distacco tendenziale dai centri decisionali della monarchia borbonica. In un primo momento, l’arrivo dei Mille sarebbe apparso provvidenziale, soprattutto nella prospettiva di liberare l’isola da Napoli.