La partecipazione politica

La partecipazione politica

Partecipazione politica

La stessa etimologia del termine “partito” descrive una presa di posizione che tende a separare le opinioni e le persone. Vista sotto un altro punto di vista, tuttavia, la parola “partito” richiama un’associazione che riunisce le persone sul terreno della condivisione di opinioni e visioni.

Nella storia italiana successiva all’Unità, queste formazioni hanno avuto connotazioni tradizionali ed elitarie: circoli, accademie, logge massoniche, società scientifiche. Con gli anni, tuttavia, la loro base si è allargata,affiancandosi all’intensificarsi della partecipazione della popolazione alla vita politica e con l’estendersi del corpo elettorale.

Dalle associazioni cittadine, portatrici di una cultura locale, si è passati alla costituzione di associazioni di mestiere, di società cooperative, di leghe sindacali e di mutuo soccorso. Fino alla formazione dei veri e propri partiti politici moderni, che si sono dati un programma nazionale e obiettivi di prospettiva generale.

Il periodo di pieno sviluppo di queste forme associative di massa ha avuto inizio con il fascismo. A partire da quella fase. per quanto costituito su principi coercitivi e fondato su un’organizzazione autoritaria, il partito ha assolto la funzione di un potente fattore di inclusione. Sia pure al prezzo dell’emarginazione di minoranze, insomma, escluse dal godimento dei diritti civili per ragioni politiche o razziali, il fascismo ha dato impulso a una dimensione nazionale dell’associazionismo, suggerendone i rituali e le liturgie pubbliche.

Tuttavia è dopo la frattura della Resistenza, con l’avvento della democrazia repubblicana, che si è aperta la grande stagione delle organizzazioni partitiche e sindacali. E’ allora, dalla fine degli anni ’40, che i partiti hanno agito come fattori di integrazione di massa e al tempo stesso come agenti attivi di rappresentanza politica. Un ruolo che è stato riconosciuto dalla stessa Costituzione repubblicana.

Al di là delle diverse appartenenze e delle molteplici convinzioni ideologiche, i partiti, organizzati su scala nazionale, sono stati capaci di superare gli ambiti locali e di diffondere i valori di cui erano portatori in ogni area del Paese, all’interno di ogni ceto sociale. Inoltre, nonostante la “guerra fredda” abbia separato i sentimenti degli italiani (divisi, per semplificare, tra comunisti e anticomunisti), l’organizzazione in partiti ha accomunato nello stesso spazio pubblico la contesa ideale e la lotta elettorale per il governo del Paese. Di fatto, sono state le grandi organizzazioni di massa a colmare il tradizionale distacco fra i cittadini e la politica.

Una terza fase si è delineata a partire dagli anni ’80 del secolo XX, destinata a protrarsi fino ai nostri giorni. Tutta interna alla società dei consumi e della comunicazione, quest’epoca ha visto il dissolvimento della piazza e degli spazi pubblici di organizzazione, cui si è accompagnata l’erosione progressiva della stessa forma-partito. Surrogando le tradizionali assemblee di associati, la televisione ha riassunto in sé quasi tutte le forme della discussione politica, rendendo virtuale il dibattito pubblico e trasformando i cittadini in attori tendenzialmente passivi, non più protagonisti, ma soltanto fruitori di prodotti televisivi di natura politica.