Le fabbriche
La storia dell’unificazione nazionale e quella dell’industrializzazione del Paese sono profondamente legate. All’epoca del Risorgimento, l’Italia era un paese relativamente arretrato al confronto con le grandi potenze industriali. Il decollo dell’industria avvenne soltanto tra la fine del secolo XIX e i primi del XX.
In pochi anni, l’Italia raggiunse posizioni di vertice nei settori della produzione di autoveicoli, di energia elettrica, del cemento, delle fibre tessili artificiali e dell’acciaio. Fu allora che ai nomi divenuti mitici di industriali come Agnelli, Pirelli, Donegani, Olivetti, Rossi, Gualino e molti altri, si affiancarono le sigle di aziende che sarebbero divenute simbolo di modernità: FIAT, Montecatini, Pirelli, Ansaldo, Snia, Edison, Italcementi, Ilva.
Rimanevano però, in molte aree del Paese, alcune significative sacche di arretratezza. Fin quasi alla metà del Novecento, l’Italia rimase una realtà essenzialmente contadina, tanto che la gran parte del suo territorio non fu quasi toccata dai benefici dell’industrializzazione.
La vera, grande industrializzazione del Paese sarebbe venuta soltanto nel secondo dopoguerra. Tra gli anni ’50 e ’70 l’industria manifatturiera conobbe tassi di crescita annui dell’8%, trainata dai settori meccanico e metallurgico, chimico, dei mezzi di trasporto, alimentare, del tessile e dell’abbigliamento, delle calzature e del mobilio. Il tasso di occupazione nell’industria crebbe, intanto, fino a superare il numero degli addetti nell’agricoltura.
La rivoluzione industriale italiana – definita in quegli anni “miracolo economico” – si accompagnava a un’impetuosa espansione della commercializzazione di beni di consumo durevoli. Quella industria e quei consumi sarebbero divenuti il fattore di integrazione nazionale forse più potente, dando vita a vastissimi fenomeni di omologazione, soprattutto tra le giovani generazioni.
Rimasero, peraltro, squilibri e contraddizioni. Le grandi attività produttive si concentrarono soprattutto nel Nord-Ovest, attraendo lavoratori dal Mezzogiorno e dalle aree nordorientali del Paese, e provocando il più imponente fenomeno di migrazione interna della storia italiana.
A un’ulteriore spinta omologante, inoltre, determinata dall’incontro fisico, nella grande fabbrica, di persone provenienti dalle più varie parti della penisola, si accompagnò un’intensa conflittualità operaia. L’impiego in massa di forza lavoro in una logica di produzione e di profitto alimentò, infatti, una forte richiesta di diritti sociali e di rappresentanza sindacale e politica.
A partire dal 1980, comincia la crisi della grande impresa fordista, coincidente, tra l’altro, con la fine delle grandi lotte operaie. Si apre il ciclo delle piccole e medie imprese, particolarmente attive nei settori dei servizi e della comunicazione, mentre la concentrazione lascia il campo alla produzione diffusa, con la creazione dei distretti industriali. Dopo avere rappresentato, per un secolo, un fattore di aggregazione, l’industria è oggi percorsa da un nuovo vitalismo individuale, nel quale la realtà e il concetto stesso di classe operaia finiscono per perdere riconoscibilità.