Le migrazioni

Le migrazioni

migrazioni

Dal momento della Unità a oggi, sono 29 milioni gli Italiani che hanno varcato i confini nazionali alla ricerca di lavoro e di mezzi di sussistenza. Un numero che si ingigantisce ulteriormente qualora si considerino le seconde generazioni: figli di emigrati che, essendo nati all’estero, sono stati privati dell’opportunità di partecipare al processo di costruzione della comunità nazionale, acquisendo identità e legami culturali con la madrepatria soltanto indirettamente, restando al di fuori dei confini nazionali.

Da un certo punto di vista, questa massa di Italiani è stata vittima di un processo di esclusione. Vanno però considerate anche le caratteristiche specifiche del movimento migratorio che ha contraddistinto il nostro Paese. La prima grande emigrazione di fine Ottocento, per esempio, fu un fatto per certi versi “collettivo”, che riguardò il Nord e il Sud dell’Italia e finì per dare luogo alla costruzione, anche all’estero, di piccole comunità italiane, contraddistinte da sentimenti di forte solidarietà.

Il fenomeno, inoltre, pur riguardando un vasto numero di persone che lasciavano le proprie case per l’assoluta necessità di reperire le risorse per sopravvivere, riguardò anche molti cittadini che, pur potendo disporre di frugali mezzi di sostentamento, lasciarono l’Italia spinti dal desiderio di “fare fortuna”, raggiungendo le aree del mondo europeo e americano dove parevano più evidenti le opportunità di successo.

Le migrazioni, dunque, non furono soltanto la manifestazione di una espulsione, né segnarono soltanto la debolezza economica del mondo rurale e meridionale. Ebbero volti e protagonisti molteplici e si ripeterono, a più riprese, con diversa intensità e differenti destinazioni. Non senza una significativa influenza sulla vita nazionale, nel caso non infrequente dei ritorni nella madrepatria, con l’importazione di modelli di vita segnati dall’esperienza all’estero.

Peraltro, a queste fughe e avventure verso terre lontane, devono aggiungersi le migrazioni interne, che a più riprese segnarono la fisionomia nazionale. Partite dalle zone più povere delle campagne settentrionali e soprattutto del Mezzogiorno, le migrazioni interne portarono diversi milioni di persone verso le grandi città del Nord, in particolare nel triangolo industriale formato da Torino, Milano e Genova. Staccati dalle loro tradizioni locali, quegli uomini e quelle donne parteciparono a un momento di forte integrazione all’interno di una comunità nazionale ormai condizionata dai processi di industrializzazione e urbanizzazione.

È con la fine degli anni ’70 del Novecento che il fenomeno delle migrazioni segna un punto di svolta, cambiando segno e natura: fu allora, infatti, che gli arrivi dall’estero cominciarono a superare le partenze, dando avvio a una tendenza che si sarebbe accentuata negli anni successivi, fino a costituire un problema di stringente attualità politica e sociale. A questi fenomeni, che ripropongono a parti invertite i problemi dell’accoglienza, dell’integrazione e della cittadinanza, si accompagnano, intanto, altre
diverse emigrazioni dal suolo italiano, che solo marginalmente riguardano gruppi sociali deboli e senza qualifiche professionali. È l’emigrazione di una nuova generazione di giovani laureati, alla ricerca di opportunità di lavoro più appaganti di quelle che potrebbero trovare in Patria: i cosiddetti “cervelli in fuga”.